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COMPRESSORI pt.1 - I concetti di base per evitare confusione


A chiunque bazzichi negli ambienti della produzione musicale sarà sicuramente capitato di sentir parlare dei compressori nei modi e nelle accezioni più disparate: “Mettici un compressore così pompa di più!”, “Non pompa abbastanza, è troppo compressa”, “Tanto poi la incolliamo con un compressore” e altre sono solo alcune delle frasi, spesso contraddittorie, che capita di sentire in studio o dal vivo.


Ma, in fin dei conti, che cos’è un compressore? Cosa fa? Cerchiamo di rispondere a queste domande nella maniera più semplice e chiara possibile e di spiegare le reali funzioni di uno dei più misteriosi strumenti dell’audio a nostra disposizione.


Il concetto di range dinamico

Partiamo con una definizione: un compressore è semplicemente uno strumento che riduce la gamma dinamica di un segnale.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi cosa sia la gamma dinamica (o dynamic range, range dinamico) di un segnale: essa è semplicemente la differenza tra il livello massimo ed il livello minimo che un segnale assume in un certo arco temporale. Per essere più espliciti immaginiamo un cantante che, davanti al suo microfono, si diletti in una performance vocale in cui la strofa è quasi sussurrata ed il ritornello quasi urlato: la differenza tra il livello più alto a cui la voce arriva nel ritornello e quello più basso che tocca nella strofa identificherà la gamma dinamica di quella performance.

In un esempio come questo ci troveremmo in presenza di una traccia che, messa nel contesto di un brano, sarà ai limiti dell’udibile sulle strofe e, al contempo, esageratamente alta sui ritornelli: per questa ragione in molti casi è indispensabile andare a ridurre il range dinamico della nostra traccia per avere un livello molto più costante e godibile per l’ascoltatore.



Compressione downward ed upward

[Compressione downward]
[Compressione upward]

Data una prima definizione di cosa sia e cosa faccia un compressore, entriamo più nel dettaglio e cerchiamo di capire come effettivamente riesca ad espletare il suo lavoro.


La gamma dinamica di un segnale può essere ridotta in due modi differenti: si può diminuire il livello della parte più alta (ed in questo caso parliamo di compressione downward, ossia quella più comune ed utilizzata) oppure aumentare il livello della parte più bassa (compressione upward). Nonostante la compressione upward venga spesso ignorata, si rivela molte volte la più azzeccata e trasparente per ridurre nella maniera più efficace la gamma dinamica della nostra traccia: perché andare ad abbassare tutte le note dinamicamente più forti di una parte di basso quando invece potremmo semplicemente aumentare il livello di quelle poche note più lievi ed evitare di incorrere in possibili artefatti?



I parametri di un compressore


Come fa un compressore a stabilire quando iniziare a lavorare? Di quanto deve abbassare o alzare il livello della traccia? Con che rapidità? Ognuna di queste domande trova risposta nei parametri più comuni che ritroviamo su quasi tutti i compressori.


- Gain reduction: è il parametro che indica di quanti dB si sta diminuendo o incrementando il livello della nostra traccia;


- Threshold (soglia): la threshold è la soglia oltre la quale (o sotto la quale) un compressore inizia a lavorare. Nel caso dei compressori downward avremo che, una volta superata questa soglia, il livello della traccia verrà abbassato, mentre nei compressori upward avremo che, una volta che il segnale sarà andato sotto il valore della threshold, il suo livello verrà incrementato;


- Ratio: la ratio è il rapporto di compressione (espresso solitamente nella forma x:1 nei compressori downward e di 1:x nei compressori upward), ossia “di quanto” il compressore deve abbassare (nel caso dei compressori downward) o alzare (nel caso di quelli upward) il livello della traccia. Volendo scendere un po’ più nel tecnico, la ratio è il rapporto tra dB in input e dB in output: una ratio di 3:1, ad esempio, ci dirà che avremo 1 dB di output per ogni 3 dB di input, ossia che il livello del segnale, una volta passata la threshold, verrà ridotto ad un terzo; simmetricamente, una ratio di 1:3 in un compressore upward farà si che, quando il segnale si troverà al di sotto della threshold, per ogni dB di input avremo 3 dB di output (e, quindi, un incremento di livello). Ratio più estreme (da 20:1 in su) trasformano la compressione in vero e proprio limiting, differenza che affronteremo nel dettaglio nel prossimo articolo;


- Attacco: nei compressori downward è l’intervallo di tempo, solitamente espresso in millisecondi, che intercorre tra quando il segnale supera la threshold e quando il compressore inizia la sua azione; nei compressori upward, analogamente, è il tempo che passa tra quando il segnale si abbassa al di sotto della soglia e quando il compressore inizia a lavorare;


- Rilascio: nei compressori downward è il tempo che intercorre tra quando il segnale torna al di sotto della threshold e quando il compressore termina la sua azione; simmetricamente, nei compressori upward, indica il tempo che passa tra il superamento della soglia ed il termine dell’azione del compressore;


- Knee (ginocchio): indica quanto “bruscamente” il compressore passi dal regime di non compressione al rapporto di compressione desiderato; un ginocchio più duro (hard knee) farà sì che il compressore inizi a lavorare alla ratio desiderata appena il segnale avrà superato la threshold (o sarà andato al di sotto di essa nel caso di un compressore upward), mentre un ginocchio morbido (soft knee) inizierà a far agire il compressore leggermente al di sotto della threshold (o al di sopra nel caso di un compressore upward) con una rapporto di compressione più basso di quello impostato, arrivando gradualmente a raggiungere la ratio desiderata;


- Makeup gain: è uno stadio di guadagno o attenuazione posto dopo lo stadio di compressione, utile per compensare eventuali perdite o incrementi eccessivi di livello dati dalla compressione e mantenere pressoché costante il livello medio della traccia;



Le “parti” principali di un compressore ed il percorso del segnale

Una volta entrato in un compressore, il segnale svolge solitamente questo percorso: esso viene duplicato e, mentre il segnale originale passa direttamente al circuito che si occuperà dell’eventuale gain reduction, la sua copia (detta segnale di sidechain) viene inviata al circuito di detection, ossia a quella parte del compressore adibita a stabilire se il segnale vada effettivamente compresso o debba passare inalterato; se stabilisce che il compressore debba entrare in funzione, il circuito di detection invierà un segnale di controllo al circuito di gain reduction, il quale comprimerà il segnale secondo i parametri impostati. Una volta compresso, il segnale passerà per lo stadio di guadagno/attenuazione del compressore per poi uscire.


Il sidechain: come manipolare ciò che “sente” il compressore

Si evince facilmente che il segnale di sidechain giochi un ruolo chiave nell’azione di un compressore: esso è ciò che il nostro processore “sente” e che ne determina l’eventuale attivazione o meno; molti compressori consentono di effettuare una serie di operazioni sul segnale di sidechain, al fine di manipolare a proprio vantaggio il comportamento di un compressore. Immaginiamo di avere una traccia di contrabbasso che arrivi dentro al nostro compressore: noteremo subito che esso sarà portato ad agire molto più prepotentemente in presenza delle note più gravi rispetto alle altre (essendo le basse frequenze molto più rilevanti rispetto alle altre), scadendo in una compressione sbilanciata e non uniforme. Equalizzando a dovere il segnale di sidechain (in questo caso sottraendogli un po’ di basse frequenze) riusciremmo ad avere una risposta molto più lineare da parte del compressore, poiché “sentirebbe” le note in maniera decisamente più omogenea tra di loro: per questa ragione sempre più produttori hanno iniziato ad implementare la possibilità di filtrare o equalizzare il segnale di sidechain all’interno dei loro compressori.

Un altro modo molto interessante per manipolare (anche in maniera creativa) ciò che il compressore “sente” è quello di dargli, come segnale di sidechain, un segnale esterno anziché una copia di quello in ingresso. Abbiamo problemi a far coesistere cassa e basso? Una soluzione potrebbe essere quella di mettere un compressore sul basso e di dargli, come segnale di sidechain, un duplicato della traccia di cassa: in questo modo il livello del basso verrà abbassato, seppur di qualche millisecondo, in presenza di ogni colpo di cassa, consentendoci di percepirne a dovere il transiente iniziale e di lasciare, successivamente, il giusto spazio al sustain della nota di basso. Un altro uso molto comune dell’ingresso sidechain esterno (noto anche come key input) è quello di creare il cosiddetto effetto “ducking” tipico della musica elettronica: utilizzando sempre una copia del segnale della cassa come segnale di sidechain per un compressore applicato ad un pad (o ad un altro suono continuo), il pad subirà un notevole abbassamento di livello in corrispondenza di ogni colpo di cassa per poi tornare al suo livello normale e creare una specie di “contro-pulsazione” complementare a quella della cassa.


Conclusione

Possiamo quindi immaginare il compressore, a livello ideale, come se fosse un “fader intelligente”, che capisce autonomamente quando, di quanto e come andare ad alzare o ad abbassare il livello di una traccia. Nel mondo reale, tuttavia, i compressori non sono immuni da effetti collaterali e varie colorazioni, che spesso rappresentano il motivo principale che porta a sceglierne uno anziché un altro.

Nel prossimo articolo parleremo dei vari tipi di compressori, dei limiter, dei loudness maximizer e del loro carattere, oltre a fare alcuni esempi di settaggi di partenza da applicare alle varie tracce del vostro mix.



Stefano Quarta

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